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Il santuario

La vita del santo

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Frati Cappuccini

Portavoce

 
 
 

Un fascino attraente.
La Chiesa riconosce la santità di padre Leopoldo

Padova, 1963. L'arrivo e la collocazione della salma di  padre Leopoldo presso la chiesa dei cappucciniLa storia attorno a padre Leopoldo aveva già esercitato una potente attrazione, e esplose inaspettatamente proprio ai funerali, nonostante il clima di guerra. La sua devozione si diffuse rapidamente in Italia, nella ex-Jugoslavia e in altre parti dei mondo. I pellegrinaggi alla sua celletta-confessionale e alla sua tomba, organizzati e alla spicciolata, si susseguirono incredibilmente. Gli attestati di venerazione da parte di persone di ogni categoria furono registrati mensilmente dal periodico Bollettino francescano. Furono tutti elementi che sollecitarono la Curia vescovile di Padova all'apertura del processo informativo di beatificazione e di canonizzazione, che avvenne il 16 gennaio 1946 e che si concluse il 20 marzo 1952.
Per commissione e fiducia della sacra Congregazione delle cause dei santi, il 14 settembre 1963 vi fu sempre a Padova la solenne apertura del processo apostolico, che si concluse felicemente il 12maggio 1966.
Il 19 settembre 1963, avvenne il trasporto della salma di padre Leopoldo dal cimitero cittadino di Padova ad una cappella costruita appositamente presso la sua celletta -confessionale nel convento dei cappuccini.
Dopo l'espletamento dell'iter canonico, con la dispensa del tempo, padre Leopoldo Mandic il 2 maggio 1976, in piazza san Pietro a Roma, dal sommo pontefice Paolo VI venne proclamato Beato.
Il 9 giugno 1983 avvenne, secondo le norme prescritte, l'approvazione del miracolo operato per sua intercessione. Di conseguenza, nella cornice più propria della VI Assemblea del Sinodo dei vescovi, che aveva per tema «La riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa», Giovanni Paolo II, in piazza san Pietro, alla presenza di oltre centomila persone, il 16 ottobre 1983 proclamava padre Leopoldo Santo.

torna su 1976: la Beatificazione

Roma, 1976. Paolo VI proclama "beato" padre LeopoldoCome tutti sappiamo, padre Leopoldo fu «ecumenico» ante litteram, cioè sognò, presagì, promosse pur senza operare, la ricomposizione nella perfetta unità della Chiesa, anche se essa è gelosamente rispettosa delle particolarità molteplici della sua composizione etnica; unità voluta dalle origini storiche e ancor più dalla santa e misteriosa volontà di Cristo fondatore d'una Chiesa tutta penetrata da essenziali esigenze del supremo voto di Gesù: ut unum sint, siano tutti uno, quanti una medesima fede, un medesimo battesimo, un medesimo Signore congiungono in un solo Spirito, vincolo di pace. Oh, che il beato Leopoldo sia profeta e intercessore di tanta grazia per la Chiesa di Dio!
Ma la nota peculiare della eroicità e della virtù carismatica del beato Leopoldo fu un'altra; chi non lo sa? Fu il suo ministero nell'ascoltare le confessioni. Il compianto card. Larraona, allora Prefetto della Sacra Congregazione dei Riti scrisse, nel Decreto dei 1962 per la beatificazione di padre Leopoldo: «Il suo metodo di vita era questo: celebrato di buon mattino il sacrificio della Messa, egli sedeva nella celletta -confessionale, e lì restava tutto il giorno a disposizione dei penitenti. Tale tenore di vita egli conservò per circa quarant'anni senza il minimo lamento ... ».
Ed è questo, noi crediamo, il titolo primario che ha meritato a questo umile cappuccino la beatificazione che ora noi stiamo celebrando. Egli si è santificato principalmente nell'esercizio del sacramento della Penitenza. Fortunatamente già copiose e splendide testimonianze sono state scritte e divulgate su questo aspetto della santità del nuovo Beato. Noi non abbiamo che da ammirare e da ringraziare il Signore che offre oggi alla Chiesa una cosi singolare figura di ministro della grazia sacramentale della Penitenza; che richiama da un lato i sacerdoti a ministero di così capitale importanza, di così attuale pedagogia, di così incomparabile spiritualità; e che ricorda ai fedeli, fervorosi o tiepidi o indifferenti che siano, quale provvidenziale e ineffabile servizio sia ancor oggi, anzi oggi più che mai, per loro la confessione individuale e auricolare, fonte di grazia e di pace, scuola di vita cristiana, conforto incomparabile nel pellegrinaggio terreno verso l'eterna felicità.
Voi, Fratelli Francescani dell'Ordine Cappuccino, grazie d'aver dato alla Chiesa e al mondo un «tipo» della vostra scuola austera, amichevole, pia d'un cristianesimo altrettanto fedele a se stesso quanto idoneo a risollevare nel cuore del popolo la gioia della preghiera e della bontà.
E onore a voi. figli della Croazia del Montenegro, della Bosnia­Erzegovina e della Jugoslavia intera per aver generato al nostro tempo un esemplare così alto e così umano della vostra tradizione cattolica.
E voi, Padovani, sappiate onorare vicino al vostro Sant'Antonio questo non dissimile fratello della genealogia francescana, e dell'uno e dell'altro sappiate trasfondere nelle nuove generazioni le virtù cristiane ed umane già cosi illustri nella vostra storia.

(Dal discorso di Paolo VI alla beatificazione di padre Leopoldo. Roma, Città del Vaticano, 2 maggio 1976). >> testo completo dell'omelia di Paolo VI>>

torna su Un pellegrino di nome Giovanni Paolo II

Padova, 1982. Giovanni  Paolo II in preghiera nella cappella del SantuarioIl 12 settembre 1982, dieci minuti prima delle ore 17, dopo aver attraversato piazza S. Croce gremita di fedeli applaudenti, il papa Giovanni Paolo II si trovava negli ambienti nei quali padre Leopoldo svolse la sua vita e realizzò la sua santità.
Varcato il cancello del sagrato, il papa, accompagnato dal superiore generale, dai postulatori dell'Ordine e dal superiore del convento, visitò la celletta-confessionale. Chinò il capo per poter varcare l'angusta porticina. Guardò l'umile ambiente. La ristrettezza del luogo, le nude pareti dominate solo dal Crocifisso, lo colpirono profondamente. Stupito, dopo un momento di silenzio, chiese: «Qui confessava il Beato?». «Sì, Santità, tutti i giorni, per quasi quarant'anni». «Ed era sofferente?». «Sempre, e molto, Santità». In silenzio il papa posò una mano sulla parete sormontante l'inginocchiatoio, appoggiò il capo sulla mano e rimase raccolto in intensa preghiera. Era visibilmente commosso.
Dopo aver firmato il registro dei pellegrini, usci e passò nella cappella del beato Leopoldo. Restò a lungo in adorazione dinanzi al tabernacolo. Poi si inginocchiò dinanzi alla tomba di padre Leopoldo, anche lui "venuto da lontano" da Castelnuovo alle Bocche di Cattaro, approdato a Padova come Antonio da Lisbona, per svolgere tra i padovani ministero di verità e di grazia.
Dopo ave pregato, si accostò alla nicchia dove è esposta, custodita in un reliquiario, la mano destra del beato Leopoldo, quella mano che s'alzò, donando il perdono di Dio, su tanti cristiani pentiti, una mano scarna, con i segni dell'artrite e della penitenza, che rialzò tanti fratelli dal male e che spinse tanta gente verso l'amore a Cristo e alla fedeltà al suo amore.
Pensando a tutto il bene operato da padre Leopoldo, "sintetizzato"' da quella mano assolvente, il papa si avvicinò alla nicchia e posò sul cristallo un bacio, esprimente tutto il suo amore per padre Leopoldo e la sua fede nel sacramento della penitenza. Fu il "grazie" della Chiesa a uno straordinario ministro della Riconciliazione.
Salutato dai cappuccini e dai terziari francescani, raccolti in chiesa, il papa, poco dopo le ore 17, concluse la rapida ma significativa visita al santuario leopoldiano. Meno di un quarto d'ora, senza alcun discorso. Solo preghiera e devozione. Il silenzio e il raccoglimento del papa restarono profondamente impressi in quanti lo videro nel silenzioso santuario dei cappuccini, isola di preghiera, approdo di innumerevoli pellegrini che, come il Giovanni Paolo II, giungono ogni anno da ogni parte d'Italia e dall'estero per pregare in silenzio davanti alla tomba di un santo "vivo", amato ed invocato con fiducia.

torna su 1983: la Canonizzazione

Roma,1983. La "canonizzazione" di Padre LeopoldoSan Leopoldo non ha lasciato opere teologiche o letterarie, non ha affascinato con la sua cultura, non ha fondato opere sociali. Per tutti quelli che lo conobbero, egli altro, non fu che un povero frate: piccolo, malaticcio. La sua grandezza è altrove: nell'immolarsi, nel donarsi, giorno dopo giorno, per tutto il tempo della sua vita sacerdotale, cioè per 52 anni, nel silenzio, nella riservatezza, nell'umiltà di una celletta-confessionale: «Il buon pastore offre la vita per le sue pecore». Fra Leopoldo era sempre lì, pronto e sorridente, prudente e modesto, confidente discreto e padre fedele delle anime, maestro rispettoso e consigliere spirituale comprensivo e paziente.
Se si volesse definirlo con una parola sola, come durante la sua vita facevano i suoi penitenti e confratelli, allora egli è «il confessore»; egli sapeva solo «confessare». Eppure proprio in questo sta la sua grandezza. In questo suo scomparire, per far posto al vero Pastore delle anime. Egli manifestava cosi il suo impegno: «Nascondiamo tutto, anche quello che può avere apparenza di dono di Dio, affinché non se ne faccia mercato. A Dio solo l'onore e la gloria! Se fosse possibile, noi dovremmo passare sulla terra come un'ombra che non lascia traccia di sé». E a chi gli chiedeva come facesse a vivere così egli rispondeva: «E' la mia vita!». «Il buon pastore offre la vita per le sue pecore». Ad occhio umano la vita del nostro Santo sembra un albero, a cui una mano invisibile e crudele abbia tagliato, uno dopo l'altro, tutti i rami. Padre Leopoldo fu un sacerdote a cui era impossibile predicare per difetto di pronuncia. Fu un sacerdote che desiderò ardentemente dedicarsi alle missioni e fino alla fine attese il giorno della partenza, ma che non partì mai, perché la sua salute era fragilissima. Fu un sacerdote che aveva uno spirito ecumenico così grande da offrirsi vittima al Signore, con donazione quotidiana, perché si ricostituisse la piena unità fra la Chiesa latina e quelle orientali ancora separate, e si rifacesse un solo gregge sotto un solo pastore; ma che visse la sua vocazione ecumenica in un modo del tutto nascosto. Piangendo confidava: «Sarò missionario qui, nell'ubbidienza e nell'esercizio del mio ministero». E ancora: «Ogni anima che chiede il mio ministero sarà frattanto il mio Oriente».
A san Leopoldo che cosa restò? A chi e a che cosa servì la sua vita? Gli restarono i fratelli e le sorelle che avevano perduto Dio, l'amore, la speranza. Poveri esseri umani che avevano bisogno di Dio e lo invocavano implorando il suo perdono, la sua consolazione, la sua pace, la sua serenità. A questi «poveri» san Leopoldo donò la vita, per loro offrì i suoi dolori e la sua preghiera; ma soprattutto con loro celebrò il sacramento della riconciliazione. Qui egli visse il suo carisma, qui si espressero in grado eroico le sue virtù. >> testo completo dell'omelia di Giovanni Paolo II>>

torna su Una devozione che continua

Alla morte di padre Leopoldo la stampa, commentando il rito dei funerali, celebrati il 1 agosto 1942, scrisse: «Ora che Padova ha perduto la sua umile, quasi invisibile guida, un grande vuoto si è aperto in mezzo a noi...Il sospiro che sale dal cuore, le lacrime che inumidiscono oggi tanti occhi documentano le pure gioie che riversò e rinnovò senza tregua negli animi». E un cronista annotava ancora: «Lo spettacolo di affettuoso rimpianto, che si spiega oggi intorno al feretro, è solenne proclamazione, è l'apoteosi più alta del ministero divino della confessione».
Padova ha avuto padre Leopoldo in dono dalla Provvidenza, forzandone un po' la mano, certamente contro il desiderio del Santo, che avrebbe voluto svolgere il ministero in Oriente, al fine di promuovere la causa dell'unione degli ortodossi con la Chiesa cattolica.
Quando, nel 1923, fu trasferito a Fiume, padre Leopoldo era felice, ma la reazione dei padovani fu immediata e talmente vivace che il vescovo Elia Dalla Costa supplicò di richiamare da Fiume padre Leopoldo, che vi era giunto appena un mese prima. Così scrisse al superiore di padre Leopoldo. Convinto dalle insistenze, il padre provinciale inviava a padre Leopoldo la seguente lettera: «Si vede che il Santo la vuole vicino a sé, accetti dunque la volontà del Signore e ritorni al suo nido».
Grazia di Sant'Antonio pressione dei padovani, intuizione del vescovo Dalla Costa, o dono del Signore per questa nostra città e Chiesa di Padova, perché sapeva che ne aveva particolare bisogno? Di certo ora noi sappiamo che la presenza, la vita, il ministero,la santità di padre Leopoldo rappresentano un dono inestimabile e una grazia feconda di bene e di frutti spirituali per la nostra Chiesa locale.
Evidentemente il messaggio centrale espresso dalla vita e nell'opera di padre Leopoldo trascende i confini di Padova. Un biografo afferma, con fondata ragione, che «egli fu mandato da Dio, nell'epoca che ha cercato di distruggere il senso del peccato, per mostrare la possibilità della riconciliazione e della misericordia del Padre». E noi, nel corso di quest'anno vogliamo ringraziare il Signore per questo dono insigne e trarne le conseguenze per un adeguato impegno di rinnovamento spirituale, personale e comunitario. A cinquant'anni dalla morte, la figura di quest'umile cappuccino, che Paolo VI definì «una popolare ma autentica immagine di Gesù». ci viene ripresentata nella prospettiva di onorarne la memoria, di invocarne il patrocinio e di trarne il massimo incitamento per la nostra crescita spirituale.
Sarebbe troppo poco per noi rimanere custodi ammirati ma inerti delle sue sacre reliquie, o spettatori della devozione crescente dei pellegrini. La memoria vivente di padre Leopoldo è ancor oggi segno di predilezione per Padova, stimolante richiamo per la comunità ecclesiale e civile, sprone alla santità di vita per presbiteri, religiosi e fedeli laici.
Vogliamo dirgli, durante quest'anno che a lui dedichiamo, la nostra gratitudine per il bene ricevuto ma assicurargli anche l'impegno di far tesoro dei suoi insegnamenti imitandone le virtù.
Esorto in particolar modo i presbiteri a dare al ministero delle confessioni la priorità e l'importanza che merita in quanto Sacramento che rinnova i cuori e la società e soprattutto attua la redenzione, donando la misericordia del Signore.
In questo anno di grazia affido alla diocesi tutta il messaggio stupendo di padre Leopoldo. Che la sua figura umile e fraterna irradiante pace, fiducia, amore, riconciliazione sia viva e operante in mezzo a noi. La sua mano benedicente, esposta alla nostra venerazione, sia l'emblema di questo anno di grazia e il segno della nostra disponibilità alla misericordia accolta e donata. La sua intercessione e l'amore che padre Leopoldo conserva per questa nostra Chiesa e città di Padova ci ottengano in questo anno, che a lui dedichiamo , le grazie desiderate ed invocate dello spirito della riconciliazione, della comunione e dell'ecumenismo e ci renda capaci di un profondo rinnovamento spirituale.

 
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